giovedì 14 giugno 2012

Champion Scandicci, storie di arroganza, di donne e di diritti

La vicenda della Champion di Scandicci è di quelle che tolgono il fiato. L'azienda decide di accentrare nella sede madre a Carpi (MO) anche il ramo progettazione, che occupava a Scandicci sessanta persone, quasi tutte donne e con contratti part-time. Per l'impossibilità del trasferimento molte hanno già presentato dimissioni "spontanee", ma resta il fatto che, malgrado i tentativi di dialogo di sindacati e istituzioni, l'azienda ha deciso di sottrarsi da ogni confronto e per strada rimarranno proprio loro, le donne, soggetti deboli e con deboli contratti, senza nemmeno la previsione di un sostegno al reddito.
Assieme ai parlamentari del PD stiamo cercando fare fronte comune nel porre all'attenzione del governo e del ministro questa triste storia, anche alla luce di una salvaguardia promessa dal ministro proprio sulle questioni femminili. Eccone il testo:

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IN COMMISSIONE
Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali – per sapere – premesso che:
la Champion SpA, azienda produttrice di abbigliamento sportivo con sede a Carpi (Modena), ha un ufficio progettazione a Scandicci (Firenze), nel quale erano impiegate sino a poco tempo fa quasi 60 persone;
a novembre dello corso anno l’azienda ha comunicato, senza preavviso, il trasferimento di un intero reparto (logistica, amministrazione e sistemi informatici) presso la sede di Carpi e nei mesi successivi, tra febbraio e marzo del 2012, la chiusura definitiva della sede toscana e il conseguente trasferimento di tutto il personale nello stabilimento emiliano, entro l’inizio di agosto;
la distanza del trasferimento, più di 150 km., ha immediatamente provocato le dimissioni spontanee di 16 lavoratori, le stime sindacali prevedono che al termine della complessa vicenda i lavoratori costretti ad abbandonare il lavoro saranno circa 30;
l’aspetto più controverso della situazione è relativo al fatto che la maggior parte dei dipendenti della sede di Scandicci sono donne, alcune impiegate part-time, delle quali molte madri di bambini piccoli, venutesi a trovare nella difficile condizione di optare tra famiglia e lavoro: gran parte di esse ha deciso di presentare dimissioni volontarie, che impediranno loro di accedere al sussidio di disoccupazione e alle forme di ammortizzatori sociali altrimenti previste nei casi di cassa integrazione e mobilità;
alle reiterate e pressanti richieste pervenute da lavoratori, sindacati e istituzioni locali, miranti a un incontro chiarificatore che permettesse di verificare la possibilità di interventi che tenessero conto dei problemi delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti dalla ristrutturazione aziendale, anche attraverso il ricorso alla cassa integrazione in deroga, la Champion ha risposto con aperta ostilità, sottraendosi a qualsiasi tipo di confronto;
l’interrogante non può tacere le proprie perplessità relative al comportamento delle dirigenza dell’azienda e sottolinea come, ancora una volta e nonostante i tanti proclami in senso contrario, siano le donne a pagare il prezzo più alto delle spesso crudeli dinamiche del mondo del lavoro - :
se non intenda adoperarsi con la massima urgenza per sollecitare l’apertura di un dialogo tra la dirigenza della Champion SpA, le istituzioni locali e le parti sociali, allo scopo di cercare di trovare una soluzione che impedisca alle lavoratrici e ai lavoratori costretti alle dimissioni dalla suddetta ristrutturazione aziendale di ritrovarsi senza alcuna forma di sostegno al reddito.
I parlamentari toscani del PD