martedì 26 giugno 2012

L'immaginifico in politica e la sindrome del campione omaggio

La politica non è certamente una scienza esatta. Ognuno la fa e la interpreta secondo la propria sensibilità e, soprattutto secondo la propria cultura. Nello scenario ormai aperto delle primarie questo fenomeno diventa ancora più evidente, anche a causa di un interesse – forse più alimentato dai media che reale – a creare una forte contrapposizione generazionale e dunque di linguaggio, anch'esso dipendente da sensibilità e cultura.
Una contrapposizione che di fatto non c'è, se teniamo conto che l'età media dei dirigenti locali del Pd è di poco superiore ai trent'anni, ma che può far comodo vedere.
E allora ecco il rimbombare del tormentone tacatà, le polaroid sventolate come simbolo di inadeguatezza politica e il vezzo giovanilista di chiamare cose normali come una riunione con nomi più evocativi. Vedi alla voce Big Bang.
E' chiaro che nella crisi della politica, e il rischio già vissuto del facile populismo incantatore da televisione, un po' di marketing è certamente una strada per captare l'attenzione di un cittadino sempre più distante e distratto dalla politica. Non sta a me giudicare la legittimità di intrattenere l'opinione pubblica con i tempi, la superficialità e la finzione di uno spot. Sono convinta da sempre che anche il più indifeso dei consumatori abbia comunque un atteggiamento critico verso il rimbombare del più bianco non si può. Ritengo però che la strada intrapresa, e quell'immaginifico siano un po' pericolosi. Il primo rischio è quello di abbassare il livello di analisi dei problemi veri degli italiani e di non avere altra soluzione che non l'immaginifico stesso: il sogno, la bellezza, il nuovo che avanza. Un po' come quando un maestro ancora insuperato del marketing politico diceva: la crisi non esiste, i ristoranti sono sempre pieni.
Il secondo rischio è che abbassando questa necessaria analisi della complessità molti elettori saranno coinvolti senza difese nella sindrome del campione omaggio. Dopo tante esperienze negative provarne una nuova è liberatorio almeno quanto tentar la fortuna alla lotteria, pur sapendo che vincere è illusione.
E per illustrare questo rischio trovo giustissimo l'esempio renziano della Polaroid. Una macchinetta le cui foto, magari primitive, bruttine e sfuocate, rispecchiavano precisamente la realtà. Impossibile, a differenza delle digitali di oggi, aggiustarsele come ci pare in photoshop.
Tea Albini