La
politica non è certamente una scienza esatta. Ognuno la fa e la
interpreta secondo la propria sensibilità e, soprattutto secondo la
propria cultura. Nello scenario ormai aperto delle primarie questo
fenomeno diventa ancora più evidente, anche a causa di un interesse –
forse più alimentato dai media che reale – a creare una forte
contrapposizione generazionale e dunque di linguaggio, anch'esso
dipendente da sensibilità e cultura.
Una
contrapposizione che di fatto non c'è, se teniamo conto che l'età media
dei dirigenti locali del Pd è di poco superiore ai trent'anni, ma che
può far comodo vedere.
E
allora ecco il rimbombare del tormentone tacatà, le polaroid sventolate
come simbolo di inadeguatezza politica e il vezzo giovanilista di
chiamare cose normali come una riunione con nomi più evocativi. Vedi
alla voce Big Bang.
E'
chiaro che nella crisi della politica, e il rischio già vissuto del
facile populismo incantatore da televisione, un po' di marketing è
certamente una strada per captare l'attenzione di un cittadino sempre
più distante e distratto dalla politica. Non sta a me giudicare la
legittimità di intrattenere l'opinione pubblica con i tempi, la
superficialità e la finzione di uno spot. Sono convinta da sempre che
anche il più indifeso dei consumatori abbia comunque un atteggiamento
critico verso il rimbombare del più bianco non si può. Ritengo però che
la strada intrapresa, e quell'immaginifico siano un po' pericolosi. Il
primo rischio è quello di abbassare il livello di analisi dei problemi
veri degli italiani e di non avere altra soluzione che non
l'immaginifico stesso: il sogno, la bellezza, il nuovo che avanza. Un
po' come quando un maestro ancora insuperato del marketing politico
diceva: la crisi non esiste, i ristoranti sono sempre pieni.
Il
secondo rischio è che abbassando questa necessaria analisi della
complessità molti elettori saranno coinvolti senza difese nella sindrome
del campione omaggio. Dopo tante esperienze negative provarne una nuova
è liberatorio almeno quanto tentar la fortuna alla lotteria, pur
sapendo che vincere è illusione.
E
per illustrare questo rischio trovo giustissimo l'esempio renziano
della Polaroid. Una macchinetta le cui foto, magari primitive, bruttine e
sfuocate, rispecchiavano precisamente la realtà. Impossibile, a
differenza delle digitali di oggi, aggiustarsele come ci pare in
photoshop.
Tea Albini